Nella Roma del Festival del Cinema va in scena anche un altro film. E' quello dell'integrazione e soprattutto del conflitto sociale delle periferie e delle borgate. Il caso Trullo di un paio di settimane fa è solo la punta di un iceberg con il quale presto ci troveremo a fare i conti. E' vero che non siamo di fronte a un imminente rischio banlieue, tuttavia sottovalutare il problema sarebbe un errore. Soprattutto se lo si fa in base all'equazione disagio da una parte ed esasperazione dall'altra.

Nelle nostre periferie non c'è un'insurrezione generalizzata fatta di falò notturni. Ma il fenomeno, come sottolineava giustamente Edmondo Berselli su Repubblica, è di tipo più americano, fatto di quartieri che progressivamente vedono crescere l'immigrazione clandestina a cui fa seguito l'abbandono da parte dei residenti storici. Tutto questo a cosa porterà tra una generezione? Il rischio è quello di una ghettizzazione di queste nuove zone franche, che diventeranno ancora più inaccessibili allo stesso Stato, già poco presente. Non esistono probabilmente soluzioni immediate. Grosse polemiche ad esempio ha suscito nella tollerante Bologna la decisione di Cofferati di sgomberare alcune baracche sul lungo Reno abitate da alcuni rumeni. Questione di decoro dice qualche sceriffo autoelettosi, gente senza speranza rispondono i paladini del diritto.

Che fare? L'alternativa è quella dell'azione sociale. Ma è proprio qui che nasce il conflitto. Non è tanto la criminalità a far storcere il naso agli italiani infatti, quanto l'idea di avere dei rivali nel welfare. L'insofferenza si accresce quando entra in ballo quel gioco perverso della guerra tra poveri. "I cittadini che precipitano nelle graduatorie degli asili nido o sono costretti alle code al pronto soccorso maturano frustrazioni che poi tendono a proiettare sul piano della convivenza", dice Asher Colombo.

Secondo i criminologi è proprio nelle borgate che stanno nascendo i cosiddetti zoning, ovvero quelle aree urbane a bassa legalità, più facili da circoscrivere (e controllare) piuttosto che riqualificare. Nuovi circuiti commerciali clandestini che creano un problema di chiusura verso l'esterno. Ci siamo mai chiesti cosa vogliono realmente gli immigrati? Quali sono i loro progetti di vita? Guadagnare e restare in Italia oppure tornare nel proprio Paese di origine? E' qui il nodo del problema.

Analisi e sondaggi superficiali tendono a considerare comunità come quella cinese o filippina ben integrate, mentre di solito quelle provenienti dall'Est europeo sono quelle con cui si registrano le maggiori sofferenze. Siamo sicuri che sia realmente così? Oppure quelle risposte vengono date in base al chi disturba meno? Ma chi è che desidera assomigliare di più a un italiano, chi sogna di vestire come lui, o di portare le sue automobili? Un albanese o un cinese? Chi è che si è integrato maggiormente, chi si ritrova sempre nello stesso parco un giorno alla settimana, oppure chi (per paradosso) scala anche le gerarchie di formazioni criminali internazionali?

Ancora una volta il timore verso la conoscenza dell'altro si conferma il limite maggiore della società borghese ed etnocentrica. Sarebbe il caso di ricordarsi che l'opposto del concetto di intolleranza non è la tolleranza, bensì la curiosità.