Fidel sta male, Fidel è morto. Hanno ucciso Fidel, Fidel è vivo. Sono un po' disgustato, spaventato da questa vicenda cubana: Cuba è il terzo posto, dopo Roma e Napoli, dove ho vissuto più giorni della mia vita e il secondo, dopo Roma, dove ho costruito le migliori amicizie. Sono spaventato e disgustato, mentre leggo i giornali: penso a Raul che sta in vacanza a Guanabo con i soliti quindici con cui condivide una macchina e un sacco di prelibatezze da cucinare. Penso che per loro non deve essere questo gran divertimento, pure se con Fidel ce l'hanno a morte; pure se gliele infilerebbero volentieri una per una su per il culo quelle bandiere nere anti-imperialiste che ha fatto montare davanti all'ufficio per gli affari nordamericani. Non deve essere bello: magari non dormono, magari fanno sonni agitati.

Qui si parla a sproposito. La vicenda sembrerebbe esaurirsi nell'equazione sulla vita di Fidel: se muore bene, se vive è peggio. O viceversa. Quel Grillini ha ben pensato di argomentare tutta la sua dialettica per dirci che sarebbe ora che Raul Castro ammettesse la propria omosessualità: come no? Grande problema: hai centrato il punto, imbecille. Penso alle strade della Havana dove tutti ti guardano le scarpe; penso alle pozzanghere dopo gli acquazzoni, con i bambini che ci sguazzano dentro. Penso a Sergio e alle foto che mi ha mostrato: quelle dove sono tutti uniti, abbracciati davanti alla televisione, mentre Grosso sta per calciare il rigore della vita. Penso a lui, appena laureato: un grande architetto innamorato di Cuba e che darebbe via un braccio per poter esercitare la propria professione nel paese natìo. Penso a tutti loro che guardano le mie fotografie che ho raccolto in un album: un regalo sciocco che è diventato magia per quegli occhi disabituati al mondo. Penso che mentre li guardavo guardare quelle immagini di Roma, New York e degli altri posti in cui sono stato, abbassavo un po' gli occhi perché avanti così mi sarebbe scesa una lacrima: quegli indici puntati su Castel Sant'Angelo, sul Colosseo, sul serpentone di Corviale e le domande che, a turno, si sollevavano assetate di sapere. Se Broadway è veramente così, se il ponte di Brooklyn oscilla quando passano le macchine; e quella sera in cui Sergio mi portò sotto il palazzo più alto della Havana per chiedermi nel suo italiano senza patente: «Mi spieghi come fa l'Empire State Building ad essere più alto di questo?». E tu gli devi spiegare che non solo l'Empire State Building è più alto di quello, ma è alto almeno venti volte quello e che l'ascensore va più veloce di una Mercedes e le orecchie ti si tappano tutte dopo il piano numero sessanta.

Fidel è morto, evviva. Fidel sta morendo dissanguato, è lì che  vomita pezzi del suo stesso stomaco, evvai. Morto Fidel se ne fa un altro molto migliore e i cubani saranno finalmente privati del loro terrorista per eccellenza. Non la posso fare tanto facile: se Fidel muore domani, che ne sarà della stradina dove sta la casa di Raul e quella di Marla? Ho ancora l'immagine di tutto quel pesce cucinato per noi: Raul che abbraccia le fidanzate dei suoi figli e le fa ballare piano la Conga, mentre io scatto foto così ho la scusa per non unirmi. E la nonna sbiellata che ci domanda cento volte al minuto da dove veniamo; le nostre discussioni sulla politica e sul sociale fino a notte fonda. Le riunioni con Pat e Davide, a casa, prima di uscire: se fosse il caso o meno di lasciar loro dei soldi per pagare le bollette. Penso ad Arianne e Leslie, due ragazze semplici a cui ci siamo affezionati: le abbiamo lasciate l'ultima sera nella loro casa difficile da raggiungere per lo stato disastroso della strada. Le abbiamo lasciate lì con il cuore in gola, sapendo che nulla di diverso vedranno mai al di fuori di quell'asfalto devastato e del loro posto di lavoro, al Banco Metropolitano. Per quanto? Per sempre? Dieci anni?

Fidel è morto, evviva. Ma cos'è? Un bottone che si schiaccia e che risolve i problemi? Ho paura che non sia così: non è uno starnuto, non è che uno alza la tavoletta e si svuota la vescica. Non è come prendere un aereo e ritornare a Roma per vedere quello che succede: me li sono lasciati tutti alle spalle, quest'anno, la famiglia Ferreira, gli amici, tutti e mai come stavolta ho avuto la percezione di mollarli lì, dentro una prigione fino alla prossima visita. Guardarli nel loro balconcino quell'ultima sera, mentre salivamo sul nostro taxi diretti a casa, è stato affilato, colpevole: mi piacerebbe che tutti noi aspettassimo le conseguenze di questo delicatissimo momento storico. Non sarà un successo politico per nessuno, anche se la cosa sarà strumentalizzata dai nostri partiti. A Miami festeggerranno tra palme e dollari e bandane a stelle e strisce; a Cuba qualcuno brinderà dietro una porta chiusa. Il mio pensiero va agli amici di lì: mi chiedo ogni giorno dove sia la verità. Dove sia la soluzione perché Raul torni a fare il dottore.