Lo striscione a sfondo antisemita e i vessilli e motti nazisti esposti nella Curva Sud dello Stadio Olimpico durante la partita tra la Roma e il Livorno hanno riportato alla luce il problema delle infiltrazioni dell'estrema destra nel movimento ultras italiano. Questo, tuttavia, è un fenomeno vecchio, che risale all'inizio degli anni '90. All'epoca in Italia nacquero diverse formazioni politiche extraparlamentari, successivamente sciolte dalla Legge Mancino del 1993. I vari Movimento Politico Occidentale, Azione Skinheads e Meridiano Zero (i famosi naziskin che trovavano molto spazio nelle pagine di cronaca di allora) non ebbero vita facile e, schiacciati dalla forte repressione dello Stato, cercarono nelle curve italiane quello spazio sociale d'azione che non trovavano in piazza. Perché tuttavia, a distanza di dieci anni e nonostante il contrasto delle istituzioni, quel progetto di infiltrazione appare riuscito?

Una prima analisi va fatta sulle curve italiane: i primi gruppi ultras risalgono all'inizio degli anni settanta, figli di una contestazione di massa e di strada in cui la violenza (checché se ne dica) era dieci volte più diffusa di oggi. Appreso questo primo elemento (la politica nelle curve c'è sempre stata), non va trascurato il ricambio generazionale: per ragioni anagrafiche i direttivi dei più grandi gruppi ultras hanno mollato la propria leadership nelle rispettive curve, senza però trovare elementi altrettanto validi a cui passare il testimone (per validi si intende capaci di coinvolgere il più alto numero di persone nel tifo durante i novanta minuti). Un risultato che è conseguenza dello stesso modo elitario di concepire il tifo, in cui ogni apertura verso l'esterno viene vista come un segno di debolezza verso il calcio moderno. Questo, legato ad altri fattori, ha portato allo scioglimento di gruppi talmente famosi da essere identificati con la squadra stessa, pensiamo alle Brigate di Verona, alla Fossa del Genoa o del Milan, allo stesso Cucs di Roma (che non si è sciolto ufficialmente, ma non è più alla guida della Sud).

Altro fattore che spesso non viene tenuto in considerazione è che in curva non esiste democrazia in senso assoluto, piuttosto vige la legge del più forte. L'esistenza di ogni gruppo ultras va dimostrata occupando uno spazio, mostrando ed esponendo il proprio striscione, garantendo una costante presenza fisica. Esiste certo anche un senso della gerarchia e di rispetto verso le formazioni più antiche, ma la guida della massa va, appunto, conquistata con azioni mediaticamente rilevanti. E se l'estrema destra è riuscita in questo è anche perché la sinistra (extraparlamentare) in alcune piazze, in particolare nelle metropoli, ha deciso di abbandonare gli stadi. E la curva (per chi la vive) appartiene a chi la vive.

Dopo il breve excursus storico, si fa necessaria un'ulteriore riflessione: le persone (11 identificati e denunciati dalla Digos) che hanno esposto lo striscione domenica scorsa sono tifosi della Roma, sono fascisti, e lo sono tutti i giorni della settimana e non solo la domenica, oppure quando dall'altra parte c'è il Livorno (la tifoseria labronica è schierata a sinistra in maniera esplicita). Ecco perché la richiesta dei dirigenti della Roma di non inquadrare eventuali striscioni appare ridicola: non è ignorando il problema che lo si risolve, ma accettandone l'esistenza. Così  come sono di una superficialità incredibile le osservazioni di alcuni giornalisti che rimproverano chi teneva fisicamente lo striscione (lungo almeno trenta metri) di non aver protestato: quando si è in curva può capitare di dover reggere striscioni di cui non si conosce il contenuto. E chi invoca una ribellione dalla parte di tifosi non coinvolta a livello ultras, evidentemente non ha mai messo piede in una curva. Tornando, invece, ai fatti di Roma-Livorno, le istituzioni dovrebbero prendere atto di due totali fallimenti. Il primo riguarda il decreto Pisanu: i biglietti nominativi non funzionano perché sono inadatte all'applicazione le strutture stesse degli stadi italiani. Mentre la prevenzione del Prefetto di Roma Achille Serra non è stata all'altezza. Per il ritorno dei quarti di finale di Coppa Italia tra Napoli e Roma, giocata l'8 gennaio, era stato deciso di far disputare la gara a porte chiuse, visti gli incidenti dell'andata tra napoletani e forze dell'ordine e per il rischio di scontri che le due tifoserie si erano promesse da tempo (su internet esistono dei forum ultras monitorati costantemente dalla Digos). Come dimostrano le bottiglie molotov e lo striscione (V'avemo bruciato vivi) ritrovati sotto Ponte Duca d'Aosta nei pressi dello stadio, c'era un piano premeditato dei romanisti contro i livornesi. Un attacco dalla chiara matrice politica con un notevole salto di qualità che fa riflettere. Nella partita dello scorso anno un ultras romanista perse le dita di una mano per l'esplosione di un petardo lanciato proprio dai livornesi. Questo episodio (oltre alla rivalità politica) non bastava a Serra per prendere la decisione di far disputare la gara a porte chiuse?

Tuttavia il fenomeno dei neonazisti non si risolve con la repressione né tanto meno lasciando loro quello spazio vitale necessario per sopravvivere (in alcuni casi la manovalanza  del sottoproletariato urbano d'estrema destra può tornare utile ai potenti), ma con un sano cambiamento culturale. Evitare frasi del tipo non sono tifosi della Roma, oppure, non parliamone per non fargli pubblicità, la politica non deve entrare negli stadi (chiedere a Berlusconi), sarebbe già un buon passo avanti. Chiedersi perché i giovani delle curve per rompere gli schemi del Sistema e per nutrire il proprio ribellismo utilizzino ancora slogan nazisti, significherebbe tendergli la mano.