Vi racconto quel giorno pazzesco in cui vidi Maradona giocare. Va tenuto presente che quando Maradona giocava io avevo circa sei anni e, più che il calcio, mi interessavano enormi mostri con la schiena irta di aculei, he-man, il conte Dracula, la spada nella roccia, Robin Hood, Devilman e - incredibilmente - Renzo Arbore. Davvero, quando avevo più o meno quell'età e abitavo ancora a Napoli, mi arrampicavo spesso sulla sedia della cucina dove stava anche mia madre e guardavo Indietro tutta di Renzo Arbore.
Il nome Maradona non mi diceva niente: la mia percezione del mondo passava per le scelte di scaletta di Renzo Arbore e degli altri autori. Strano, no? Se uno non veniva invitato in trasmissione, allora per me era come se non esistesse. Di quel programma, mi piaceva soprattutto Nino Frassica - che mi faceva ridere tantissimo pure se non capivo le battute - e le canzoni tormentone (ho scoperto, in tempi recenti, che il motivetto de "Il cacao meravigliao" era cantato da una giovanissima Paola Cortellesi). Per il resto, tutto quello che sapevo sul calcio aveva a che fare col volto giallognolo di Paolo Valenti che la domenica pomeriggio leggeva le schedine, dicendo ancora il segno accanto al risultato: «A Cremona, Juventus batte Cremonese 2-1, due». E così via: non c'erano le vallette o comunque non entravano in politica.
Perciò, il giorno che misi per la prima volta piede dentro lo stadio San Paolo ero terrorizzato, naturalmente, ma non esaltato. Tutta quella gente: io avevo in mente al massimo le panoramiche parziali sul pubblico di Indietro tutta e già quella mi pareva una gran folla. Quando sbucai sugli spalti in mezzo a mamma e papà, restai con il fiato e le parole tutte dietro la lingua. Non c'era un posto vuoto e il sole picchiava tantissimo: mi sa che era maggio o giù di lì. Insieme al polline e all'odore di sigaretta, respiravo nell'aria quell'atmosfera che ogni tanto percepivo anche in casa, quando le cose non andavano bene o c'era qualche problema: le persone stavano zitte zitte e con le mani in tasca, oppure mangiavano pistacchi con gli occhi fissi sul niente. Un caffè Borghetti costava 500 lire e io non arrivavo assolutamente a vedere il campo (la partita si guardava tutta all'impiedi).
Non ricordo nulla di quell'incontro e mi piacerebbe adesso dirvi una serie di cose per cui Maradona fu l'unica cosa rimasta impressa nella mia mente e bla bla bla: ma sarebbe dire una bugia. Non ricordo nulla: no, anzi, è sbagliato. Non vidi nulla, a parte il fatto che la gente urlava e si metteva le mani in faccia e che mentre io tiravo i pantaloni di mio padre per farmi prendere in braccio, lui non mi cagava proprio e si sentiva solo questo grande coro: Maradona è megl' e Pelé. Oppure quell'altro famoso: O mamma mamma mamma... Giuro: non me lo ricordo Maradona, perché - di fatto - non lo vidi mai. Eppure percepii ogni sua giocata, ogni sua meraviglia, perfino ogni suo appoggio sbagliato, tutto questo, riflesso nei gesti e negli occhi degli altri. Si capiva perfettamente ogni volta che Maradona toccava palla.
Poi successe che mentre io continuavo imperterrito a tirare i pantaloni dei miei genitori, prima a uno e poi all'altro, un tizio lassù in alto mi scosse per le spalle e mi urlò addosso esattamente questa frase, letterale: «Maròòòòòòòòòòònnn!». Così fece: Maròòòòòòòòòònnn!, come se la Maronna stessa fosse scesa in campo dall'alto, tipo un pompiere lungo il suo tubo di ferro, e si fosse messa a ballare il tip tap con una scollatura osé.
Mi spaventai un attimo, feci due occhi grandi così e fu in quel momento che mio padre si ricordò di me. Mi prese in braccio e mi pare che venni al mondo un'altra volta: finalmente potei guardare tutto quel verde condito da ventidue insetti colorati, ma neanche allora pensai a Maradona o che ne so. Tutto quello che mi venne in mente fu solo che era centomila volte meglio di una puntata di Indietro tutta. E mi sa che provai il desiderio di diventare grande.


