Entro la fine del mese di novembre anche l'XI ponte del Laurentino 38, uno dei quartieri più difficili della Capitale, sarà abbattuto. Estrema frontiera verso Roma Sud, la zona dei ponti, nota per un certo periodo come il Bronx, è forse l'ultima testimonianza di un'urbanizzazione aggressiva fallimentare. Il complesso fu progettato nei primi anni settanta con l'idea architettonica affascinante di collegare luoghi di socializzazione per i cosiddetti baraccati, cioè i lavoratori, spesso immigrati meridionali, che avevano lasciato le campagne per raggiungere la città. A questo dovevano servire i ponti prima che venissero occupati.
Già perché in situazione di estremo disagio non ci vivono solo gli assegnatari regolari dell'Ater (l'edilizia residenziale pubblica, ex Iacp), ma anche i cosiddetti abusivi, quelli che si prendono la casa con la forza. E i tre mostri che verranno demoliti (i primi due già lo sono stati) sono quelli in cui la situazione di illegalità è maggiormente diffusa. Per numerosi anni, complice l'indifferenza delle istituzioni, i ponti sono stati consegnati nelle mani della criminalità, che ha portato gli abitanti all'esasperazione. Risale a ormai tre anni fa la rivolta degli ascensori, quando duecento persone scesero in strada incendiando cassonetti per attirare l'attenzione. L'impegno preso all'epoca dal Comune era di quelli impegnativi: abbattere e ricostruire le strutture attorno agli ultimi tre ponti. Ma abbattere assume significati differenti a seconda dell'interessato. Per gli inquilini è la soluzione di tutti i mali, per gli occupanti è sinonimo di grande preoccupazione.
La visione dell'architetto Pietro Barucci, insomma, non ha retto alle esigenze degli agglomerati urbani postindustriali. Lui aveva pensato a un quartiere a due strati. Uno sotto per le automobili e uno sopra, pedonale, caratterizzato da lunghe passerelle che dovevano essere il cuore del quartiere, piene di scintillanti negozi e servizi. Il progetto non funzionò. Non arrivarono i negozi e i pochi che aprirono chiusero troppo presto. E non arrivarono nemmeno i servizi: oggi solo nel primo e secondo ponte ci sono gli uffici del muncipio, e da qualche anno sull'ottavo ponte si è installata la Asl con un servizio psichiatrico. Il Laurentino conta oggi circa 27 mila abitanti, ci sono due farmacie, non c'è una banca, non c'è un ufficio postale, non ci sono autobus notturni e le stesse occupazioni diventano spesso oggetto di compravendita. I ponti erano rimasti vuoti fino all'arrivo degli occupanti, gente senza casa o colpita da disagi sociali. Su quelli che oggi stanno venendo giù si scorgevano dei muri abusivi: pareti esterne di abitazioni fatiscenti che ospitavano famiglie intere. Dentro, la maggior parte delle volta, c'era solo una finestra. Così hanno vissuto decine di famiglie, anche per venticinque anni.
Ma durante questo lungo periodo di abbandono e degrado non si è sviluppata solo l'emergenza strutturale, ma anche quella sociale. Famiglie disgregate in cui la promiscuità ha favorito violenze all'interno dello stesso quadro familiare. E poi la guerra tra poveri per l'allaccio della luce elettrica, le fogne che scaricano in strada, le erbacce che non vengono mai tagliate e che in passato hanno celato anche qualche cadavere senza nome. Dice Franco Ferrarotti che le periferie sono un mosaico culturale ed etnico che rappresenta il vero centro della città. E' vero che rispetto al passato in questi contesti si è formata una comunità umana, ma restano aperti i grandi problemi legati allo sviluppo autonomo della persona. E dove mancano i servizi non può esserci ancora riscatto sociale. Di fronte a realtà così radicate, in cui l'espediente è ancora il mezzo normale di sussistenza, la cossiddetta metropoli policentrica appare ancora molto lontana.
