Sono già passati due anni da quando il mondo del calcio si è alzato in piedi ad applaudire per l'ultima volta la classe sconfinata di Roberto Baggio. Era il 16 maggio del 2004. Il codino è stato esteta e pragmatico del pallone, capace di battere record su record (205 goal in serie A) e di vestire le maglie più importanti del campionato senza mai legarsi in maniera viscerale a una città, ma restando il campione di tutti. Ha fatto sognare Firenze, ha stregato Torino, si è preso le sue rivincite su entrambe le sponde milanesi, ha vissuto l'avventura bolognese, fino al dolce tramonto di Brescia.

Vederlo dispensare calcio stellare in quella maniera a 37 anni regalava amarezza e incanto. Amarezza per il modo in cui più volte la sua carriera è stata ostacolata dagli infortuni e da cinici calcolatori, incanto per la capacità di morire e risorgere non una, ma due, tre e più volte. Giudicato a volte come un mercenario, ha passato la vita ad inseguire, come l'Achab di Melville, quella balena che nel suo caso non era bianca ma azzurra.  La sua voglia di Nazionale se paragonata alle fughe dei campioni nostrani dai ritiri di Coverciano appariva quasi come una romanticheria d'altri tempi. Ha vinto due scudetti, una Coppa Uefa, una Coppa Italia e uno storico Pallone d'Oro. Nemmeno tanto per uno che ha vestito le maglie di Juve, Inter e Milan. Ma non è stato fortunato. Ha sfiorato due titoli Mondiali giocando da protagonista assoluto nel 1990 e nel 1994 e chissà come sarebbe finita nel 1998 contro la Francia se quella sua invenzione non si fosse spenta a un sospiro dal palo.

La sua storia, così tribolata, gli ha attirato uno sconfinato affetto popolare, divenuto plebiscito alla vigilia dei Mondiali di Corea e Giappone quando Trapattoni, vestiti i panni dell'orco, ha scritto la parola fine sulla sua favola azzurra. Ed è forse lì che è cominciata la sua rinuncia. Da quell'ultimo maledetto infortunio sconfitto in soli 77 giorni fino alla mancata convocazione. Poi un paio di stagione piene di dubbi fino all'addio, quello vero, consumato prima a Genova nella farsa dell'ultima chiamata azzurra e poi a Milano con la standing ovation che San Siro gli ha regalato nel giorno di festa per l'ennesimo scudetto rossonero. Ottantasei minuti giocati, un quasi gol annullato dalla bandierina del guardalinee, un mezza dozzina di piccole poesie calcistiche recitate al rallentatore e tanta emozione. Il 28 aprile del 2004 allo stadio Luigi Ferraris di Genova, alla sua maniera Roberto Baggio ha vestito per l'ultima volta la maglia azzurra, regalo ipocrita di chi due anni prima gli aveva sbattuto la porta in faccia. ''Peccato per il gol, avrei voluto festeggiare quella serata con una rete: ma l'incredibile affetto della gente rende meno amaro il mio saluto al calcio'', Roberto la parola addio non è mai riuscito a pronunciarla. Il 9 maggio, invece, con un assist e un gol alla Lazio, si è congedato dal pubblico di Brescia. E' stata la sua ultima partita davanti ai tifosi che lo avevano sostenuto per quattro anni e che a fine partita ha ringraziato con uno striscione "Oggi vi applaudo io, grazie di tutto... Roberto Baggio".

Una settimana più tardi la fiaba più bella si chiudeva alla scala del calcio. Al 39' della ripresa, richiamato in panchina da De Biasi, l'abbraccio commosso di ottantamila persone salutava la sua uscita dal rettangolo verde. Sembrava quasi che il tempo si fosse fermato ad osservare quella maglia numero dieci che se ne andava per l'ultima volta. "Ho faticato - ha detto - ma credo di aver vinto soprattutto su me stesso, la cosa più importante". C'era una volta, in una paesino del Veneto chiamato Caldogno, un ragazzino che con determinazione, umiltà e talento è diventato Roberto Baggio, l'eletto del calcio.