E fu così che il 6 maggio del 1998 me ne andai da solo a Parigi a seguire la mia Lazio alle prese con uno strano e contorto sogno: la finale di Coppa Uefa contro l'Inter. Il calcio era una cosa bellissima che scandiva le mie giornate e i miei tormentati anni scolastici: non c'era niente di laico nel mio amore per la Lazio, io sportivo-cattolico clamorosamente praticante.
Dal 1994 (anno definitivo in cui compresi che il calcio trattavasi di Cosa Meravigliosa) al 2002 (anno definitivo in cui compresi che il calcio trattavasi di Cosa Meravigliosa OGM) io ricordo ogni goal della mia squadra, ogni esultanza, ogni sostituzione. Da Zeman, a Zoff, ad Eriksson e Mancini, ancora oggi mi basta vedere un frammento di partita per saltare sulla sedia ebbro di quel lampo di riconoscimento da io c'ero. Eravamo tutti un po' più giovani, era tutta un'altra cosa.
Ah, Paris. A 18 anni appena fatti presi il primo aereo della mia vita da solo: avevo neanche una valigia e appena una vaga idea di dove fosse, Parigi. Eppure ho ricordi molto precisi: il terrore di non trovare l'autobus giusto che portasse al Parco dei Principi, la considerazione che ero il tifoso solitario più giovane che ci fosse, la lunga camminata a piedi fino allo stadio, la telefonata a Fede (lui interista) con il mio primo telefonino (un microtac a forma di brontosauro), la baguette comprata a un prezzo esagerato (non c'era l'euro) e consumata goffamente in fila. L'emozione potentissima, acuta che mi fece bagnare gli occhi nel momento in cui sbucai in mezzo alla curva della Lazio già gremita. Il pensiero che anche io ero lì: i cori già alti nel cielo a due ore dal fischio d'inizio, gli striscioni e i pronostici azzardati. La certezza matematica di farcela. Il mio posto, gli occhiali tirati fuori dal taschino della giacca (un'incredibile giacca di pelle da Fonzie che mi aveva regalata mio padre di ritorno da uno dei suoi viaggi di lavoro in Argentina); i brividi lungo le braccia fino all'ingresso delle squadre in campo. La curva interista cento metri lontana, quei colori nerazzurri che preannunciavano battaglia. E Marchegiani che saltellava sotto la traversa a pochi metri da me, i guantoni alzati in segno di saluto, gli altri giocatori piegati sulle ginocchia e l'arbitro col fischietto in bocca. Mi ricordo tutta una convinzione di stare lì a tifare per la squadra più forte che si fosse mai vista o sentita: ho gli stessi brividi adesso, mentre scrivo, pure se quella giacca, nel frattempo, è stata data via a chissà quale parrocchia.
Il viaggio di ritorno fu allucinante: tutti i charter che saltarono per uno sciopero o non so che. C'era Fini in fila con noi (lui laziale) e ricordo che pensai che se anche una persona tanto importante non riusciva a partire, allora era la fine. I cori dei tifosi: "Portace a casa, Gianfranco portace a casa". Mia madre al telefono che quasi piangeva (ancora oggi mi confessa che quella fu l'unica mossa incosciente della sua carriera da mamma: mandarmi da solo a quell'età a Parigi, io che allora avevo più o meno l'esperienza di un girino e non avevo mai neanche baciato una ragazza). Le ore di attesa e il sonno liberatorio in aereo: il pensiero sorridente che in quasi 24 ore di avventura non avevo pronunciato una sola parola al di fuori del nome della mia Lazio strillato a squarciagola per 90 minuti (perfino la baguette, all'omino, gliel'avevo giusto indicata con il mento. Neanche il resto, avevo aspettato).
La partita terminò 3-0 per l'Inter. Fu un risultato disastroso: la prima volta che la Lazio si affacciava a una cosa così importante, ecco che subito la perdeva. Zamorano segnò immediatamente, dopo sei minuti, e io mi sbattei talmente forte la mano sul ginocchio destro che ancora oggi, nei giorni in cui minaccia pioggia, mi fa male. Zanetti si inventò un capolavoro una ventina di minuti dopo: un tiro da 30 metri che Marchegiani, mi pare, deve ancora atterrare. E poi Ronaldo, che grandissimo giocatore. Ricordo che fu quel goal di Ronaldo a regalarmi almeno un motivo di sorriso: poter raccontare ai miei amici di aver assistito a una delle sue serpentine a distanza tanto ravvicinata: perché, davvero, fece una cosa con i piedi che non so. Spostò il peso del corpo da una gamba all'altra e tutte le teste davanti a me (me lo ricordo bene) seguirono quel gesto, tutti ingannati come il portiere, mentre lui andava tranquillamente dall'altra parte. Quindicimila persone a terra e la palla in rete: bravo, bellissimo. Mi asciugai una cosa all'angolo degli occhi.
La mattina dopo, a scuola, durante l'ora di italiano presi il nastro adesivo, mi frugai in tasca e feci queste due pagine nel mio diario (Lupo Alberto, chi non ce l'ha avuto?). E' per questo, per queste due pagine, che io non sarò MAI garantista nei confronti di questi maledetti imbroglioni: sempre li guarderò da una certa distanza con i pugni che tremano di rabbia lungo i fianchi. Preferisco mille sconfitte per 3-0, dopo una giornata così, che due scudetti con l'arsenico. Ti hanno ucciso l'anima, a noi hanno rapito il cuore: adesso sta a te pagare. E palla finalmente al centro, baby.
